Intervista a Giovanni Impastato

I cento passi” è un film bellissimo che descrive tutta la storia uPeppino Impastatomana di Peppino. Ma leggendo i documenti, si scopre un’altra storia, altrettanto bella ed emblematica, che il film (fermandosi ai funerali di Peppino) non poteva rappresentare: la tua storia e quella della tua famiglia in generale. Questo perché sembra che quel tragico 9 maggio abbia segnato anche la rottura definitiva della tua famiglia con quell’ambiente che aveva avvelenato la vostra esistenza. Rifuggendo l’ottica della vendetta personale e preferendo la strada della ricerca della Verità e di una corretta memoria, sembra abbiate segnato uno “stacco” importante per quella che è la cultura tradizionale siciliana…

Giovanni Impastato:
Hai ragione quando dici che quel giorno è iniziata un’altra storia. Perché noi non abbiamo fatto altro che raccogliere l’eredità di Peppino (e in quel contesto non era facile, t’assicuro) e continuare la rottura che lui aveva operato già negli anni ‘60. E’ stato difficile… Quando è toccato a me lottare contro la mafia mi sono accorto che lottare contro la mafia è come lottare contro te stesso, contro un modo di pensare, di vivere… contro una “forma mentis” che è nostra, perché la cultura mafiosa è profondamente radicata dentro di noi. Quando dico questo ovviamente non voglio certo intendere che “siamo tutti mafiosi”, per carità. Intendo dire che quando io cominciai la mia lotta sentii una profonda lacerazione. La nostra rottura (mia e della mia famiglia) non è stata una negazione di affetto nei confronti di nostro padre, Peppino Impastatoper esempio, ma un modo di negare decisamente quella che era stata la sua scelta, che era fatta di schiavitù e di asservimento alla mafia. La nostra fu una scelta di democrazia e di civiltà, ma anche e soprattutto la scelta di uomini liberi, che non volevano più essere asserviti. Anche mio padre a suo modo (ossia da “uomo d’onore”) la sua rottura l’aveva tentata. Quella che vedi nel film “I cento passi” è storia reale: quando vide Peppino in pericolo fece questo viaggio negli Stati Uniti per cercare protezione per il figlio; e alla cugina americana che gli dice “ma sta succedendo qualcosa a Peppino?” risponde “prima di ammazzare Peppino devono ammazzare me”. E infatti prima ammazzarono lui… questo significa rompere con la mafia… Quello che voglio dirti è che la nostra famiglia ha fatto questo lungo percorso, difficile e pieno di insidie, e che lo abbiamo pagato a caro prezzo. E mi sento di dire pure che non siamo stati ripagati abbastanza.
Perché quelli che maggiormente avrebbero dovuto aiutarci si schierarono letteralmente dalla parte opposta. E non sto parlando “della gente”, ma delle Istituzioni; degli inquinamenti, dei depistaggi che accompagnarono DA SUBITO le indagini, inquinandole per anni ed indirizzandole verso l’ipotesi dell’attentato; e questo perché in quel momento “serviva” un terrorista. E non fu un abbaglio o un peccato di leggerezza: fu un depistaggio sistematico, scientifico, che aveva un fine preciso: dopo averlo ucciso, Peppino andava anche rimosso; la cultura di regime voleva che la sua figura venisse dimenticata. Ci hanno provato in tutti i modi, ma non ci sono riusciti… Insomma, non abbiamo avuto come nemico solo la mafia, ma pure le Istituzioni.
Io condividevo le idee di mio fratello già prima del suo omicidio; facevo parte del suo gruppo, partecipavo alle sue iniziative, ma non avevo il suo coraggio, né il suo carisma, forse anche perché ero di qualche anno più giovane. Quelle scene che hai visto nel film, quelle dove io e lui litighiamo furiosamente, sono verissime, ti assicuro. Io gli volevo molto bene, ma c’era fra noi questo rapporto conflittuale, dovuto principalmente al fatto che mi accorgevo che lui si stava mettendo in gioco “troppo” e stava assumendo rischi enormi. Non è che lui non lo capisse, ma io, da fratello minore, sentivo enormemente la paura per i rischi che stava correndo”.

Come hai reagito alle provocazioni che recentemente sono state portate verso la memoria di tuo fratello? Ossia quando l’Amministrazione Comunale di Isnello ha fatto togliere il cippo commemorativo dalla piazza intitolata a Peppino, oppure quando durante il processo a carico dei mandanti dell’omicidio il collegio difensivo ha rispolverato la teoria dell’attentato terroristico, dipingendo per di più Peppino come un “poco di buono”…

Peppino ImpastatoGiovanni Impastato:
Dobbiamo tornare al discorso di prima, ai depistaggi, agli insabbiamenti: la strategia che ha portato alla rimozione del cippo in fondo era la stessa: questa figura doveva essere cancellata dal panorama politico-culturale della nostra terra (e non solo…). Abbiamo dovuto affrontare 25 anni di lotta per mantenere viva questa figura “scomoda”. Il film ci ha consentito di far conoscere Peppino ad un pubblico più vasto; prima era un patrimonio solo “nostro”, con “I cento passi” è diventato di tutti. Ma anche il film, forse, non ci sarebbe stato se non fosse per le molte persone che già da prima hanno cercato ci mantenere viva questa figura.
Poco fa ti parlavo di “cultura di regime”, che ha cercato di infangare e rimuovere la memoria di Peppino. Isnello è un esempio di quella cultura: non ci fu solo la rimozione del cippo, ma pure il tentativo di rinominare la Piazza che gli era intestata. E’ stata una battaglia che in un certo senso abbiamo vinto (alla fine il cippo fu rimosso, ma la piazza è ancora intitolata a Peppino), ma c’è voluta una grande lotta civile.
Vedi, io voglio dirti questo: bisogna presidiare la nostra democrazia. Il nostro è stato un lungo presidio. Che è poi quello che fate voi con le vostre iniziative, quello che faremo noi nella giornata savonese del 9 aprile dedicata a Peppino. Dobbiamo presidiare i “luoghi della memoria”, perché difendere quei luoghi vuol dire difendere la democrazia, mantenere i valori della resistenza antifascista, che sono le basi della nostra repubblica, e che molti tentano di cancellare. Ho già parlato più volte del tentativo di rimuovere la figura di Peppino, ma qui si vuole cancellare anche la Resistenza antifascista come valore umano, come insegnamento civile, come espressione di civiltà. Lo dobbiamo ai nostri figli, per consentirgli di vivere in un mondo più pulito e più civile. Proprio come chi ha fatto la resistenza antifascista l’ha concesso a noi…”


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